Cattolica, città con origini marinare e un’antica tradizione di ospitalità, è oggi il centro balneare più a sud della riviera adriatica dell’Emilia Romagna, a circa venti chilometri dal capoluogo di provincia Rimini e prossima al confine con le Marche. Fino al 1992 ha fatto parte della Provincia di Forlì. Cattolica, oggi (2018), conta 17.199 abitanti, mentre negli anni Quaranta del Novecento i residenti nel comune erano circa 6.500.

Come tutta la zona costiera romagnola, nell’estate del 1944 il territorio di Cattolica fu militarizzato; parte della linea di costa venne modificata per erigere fortificazioni antisbarco a difesa della Linea Gotica. Nel settembre del 1944 Cattolica e i paesi della Valconca furono sconvolti dalla dura battaglia per la conquista di Rimini.

Subito dopo l’8 settembre si sviluppò in città un’intensa attività antifascista e partigiana. Intorno ad alcune figure locali di riferimento, tra di esse il repubblicano Celestino Giuliani, di Gemmano, e il comunista Giuseppe Ricci, si mobilitarono numerosi giovani e meno giovani: a Cattolica erano attivi 24 membri dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) ed una cellula del PCI che contava 100 iscritti (su un totale di 450 dell’intero circondario riminese). La fabbrica del ghiaccio di cui era titolare il comunista Giuseppe Ricci fu la base organizzativa di numerose azioni partigiane. L’attività della Resistenza a Cattolica si caratterizzò soprattutto per operazioni di stampa e propaganda, raccolta informazioni e sabotaggio, supporto logistico ed economico all’8ª Brigata Garibaldi ed agli Alleati. Cattolica, insieme a tutta la Valconca, era retrovia di un’importante snodo tra la Linea Gotica e la Linea Galla Placidia (sistema di difesa militare litoraneo predisposto dall’esercito tedesco tra Marche e Romagna) e per questo fu fortemente presidiata da militari: era molto difficile, quindi, compiere azioni di guerriglia sul territorio ed era inoltre alto il rischio di rappresaglia sulla popolazione.

La prima iniziativa operativa della Resistenza a Cattolica risale all’ottobre 1943 e riguarda l’organizzazione della fuga - tramite un peschereccio - del capitano inglese James Tuil Ferguson, evaso da un campo di prigionia italiano, e degli ebrei Tullio Perlmutter e Ruggero Cagnazzo, ingegnere di Pesaro. La fuga – organizzata da Ezio Galluzzi della brigata Gap di Cattolica - ebbe luogo il 10 ottobre 1943 dal porto di Cattolica. A bordo della barca “Freccia Azzurra” vi erano, oltre a Ferguson, Perlmutter e Cagnazzo, il capitano Guerrino Bianchini, il figlio Libero, due marinai di Riccione e il comunista medicinese Renato Modelli (che diventerà in seguito un ufficiale di collegamento con le missioni alleate).

Dopo l’arrivo a Termoli, Ferguson e Cagnazzo vengono contattati dalla centrale italiana dell’intelligence britannica con sede a Bari e incaricati di tornare dietro le linee nemiche per coordinare il rientro dalle zone occupate dai nazifascisti degli alti ufficiali britannici nascosti nelle piccole località dell’Alta Valle del Bidente. Cagnazzo e Ferguson, insieme a Bruno Vailati e ad altri antifascisti e partigiani romagnoli e marchigiani, riescono ad attivare, quindi, una fitta rete clandestina per portare gli ex prigionieri britannici fino a Cattolica.

Il generale di corpo d’armata Philip Neame, il generale Richard O'Connor e il maresciallo dell'aria Owen Tudor Boyd, provenienti dal campo di prigionia di Vincigliata, dopo essere passati per il Monastero di Camaldoli, Seghettina, il Monastero di La Verna e Pesaro giunsero a Cattolica nei primi giorni di novembre del 1943. Trasportati in macchina, nella notte, da Pesaro, alloggiarono presso la casa di Giusto Tolloy, triestino, uno dei maggiori dirigenti dell'esecutivo militare romagnolo del Fronte Nazionale (raggruppamento politico che riuniva le forze antifasciste). La sera del 3 novembre 1943, alle ore 22:00, i tre alti ufficiali, insieme a Cagnazzo e Ferguson, spinsero alcune barche a remi al largo del porto di Cattolica ed eseguirono i segnali convenuti: un peschereccio italiano in arrivo da Sud li avrebbe dovuti caricare e portare a Termoli. Dopo alcune ore in mare senza ricevere alcuna risposta ai segnali, dovettero riparare a casa di Tolloy dove la moglie li accolse con generosità nonostante i tre figli presenti e l’altissimo rischio. La notte successiva si verificò nuovamente la stessa scena: nessun segnale di risposta e nessun peschereccio in vista.

I generali, oramai, non potevano più restare a Cattolica e, spacciandosi per sfollati, raggiunsero la cappella dei conti Spina, presso una fattoria in campagna, dove restarono nascosti per 10 giorni, fra il 6 e il 16 novembre del 1943. A trovar loro questo rifugio fu Pietro Spada, attraverso un accordo con il parroco del luogo. La presenza degli ufficiali britannici presso la Cappella, tuttavia, non era più considerata sicura e, soprattutto, erano naufragate le speranze di fuga dal porto di Cattolica: i tedeschi avevano prima chiuso e poi occupato il porto. Spada e Tolloy riuscirono a quel punto, nonostante il coprifuoco, a recuperare 4 biciclette e all’alba del giorno 16 i generali partirono in direzione di Cesena.

A Cesena furono ospitati presso la casa di Otello Magnani, pittore decoratore e membro dell’Uli (Unione lavoratori italiani); la sua casa fu utilizzata spesso per le riunioni degli antifascisti del luogo e poi come base per la redazione de «La Voce del Popolo», periodico dell’Uli. Per la notte fu offerta loro ospitalità dalla famiglia dell’avvocato Federico Comandini, tra i fondatori del Partito d’Azione; grazie alla complicità di un impiegato dell'anagrafe, Comandini riuscì a fornire documenti falsi ai tre generali. In possesso dei nuovi documenti, Neame, O’Connor e Boyd proseguirono per Forlì, dove furono ospitati dalla famiglia di Guido Gardini, repubblicano, membro del Cln cittadino e da Domenico Utili, membro dell’Uli. Questi rifugi non erano tuttavia sicuri e così la tappa successiva fu quella di Coccolia, fra Forlì e Ravenna, dove furono ospitati per sette giorni nella villa della famiglia Spazzoli, a 300 metri dall’abitato, conosciuta come «la vecchia villa Masini». Secondo altre ricostruzioni i generali furono invece alloggiati presso la villa degli  Spazzoli a Forlì, nei pressi delle carceri. Con Tonino Spazzoli, una delle anime di questa “trafila romagnola”, insieme al fratello Arturo, i generali si erano già incontrati alla Seghettina.

Dopo difficili e pericolosissimi spostamenti fra Cervia, Milano Marittima, Savio, Riccione e Cingoli, i tre generali riuscirono finalmente ad imbarcarsi a Cattolica la mattina del 19 dicembre 1943. A bordo del motopeschereccio “DUX” salirono Neame, Boyd e O’Connor, gli ufficiali Ferguson e Spooner, l’agente Ruggero Cagnazzo con la moglie, Padre Leone Checcacci del monastero di Camaldoli (ricercato da fascisti e nazisti), il sottufficiale sudafricano MacMullen ed  Ezio Galluzzi. L’equipaggio era costituito dal capitano Francesco Ercoles, dal motorista Mario Ercoles e dal marinaio Sebastiano Vanni, tutti di Cattolica. Tutti giunsero sani e salvi a Termoli il 20 dicembre 1943.

Per l’organizzazione di questa rischiosissima impresa l’antifascista Pietro Arpesella di Riccione riuscì a procurare ai generali inglesi 100.000 lire in contanti da destinare all’equipaggio. Arpesella, che aveva anche ospitato Neame, Boyd e O’Connor a Riccione, fu arrestato dopo la loro fuga e incarcerato a Forlì per 75 giorni. Liberato il giorno di Pasqua del 1944, si rifugiò a Montefiore, nelle colline riminesi, dove si occupò dei collegamenti fra partigiani e Intelligence Service.

Altre persone subirono pesanti ritorsioni per aver aiutato gli alti ufficiali britannici nella loro fuga: per rappresaglia furono arrestati i famigliari dei componenti l’equipaggio della “Dux”, Ercoles Enrico, Ercoles Giuseppe, Gessaroli Francesca, Simonelli Maddalena; furono arrestati e torturati dalla Gestapo e dai fascisti anche i pesaresi Guido Canestrari e Alfredo Lisotti. Quest’ultimo, che con la sua auto aveva garantito gli spostamenti dei generali fra la costa romagnola e le Marche, morì il 26 dicembre 1944 a causa delle violente torture subite.     

Dopo la fuga di Neame, O’Connor e Boyd non fu più possibile realizzare da Cattolica altri piani di salvataggio di ex prigionieri di guerra britannici a causa della presenza tedesca ancora più forte su tutta la linea di costa e delle indagini sulla popolazione locale.