Cervia è un comune costiero dell’Emilia-Romagna, facente della provincia di Ravenna da cui dista 20 km. Oggi conta 28 783 abitanti, mentre nel 1940 erano circa 12.000.

Parte del territorio costiero e di alcune frazioni è caratterizzata da una grande pineta che rientra nel Parco naturale del delta del Po. 
Storicamente Cervia è legata alla produzione di sale, in cui era già attiva in epoca romana. Le saline di Cervia si estendono per circa 800 ettari e sono state, oltre al commercio legato alla pesca, la prima risorsa economica della città per diversi secoli.

Cervia ebbe un grande sviluppo urbanistico nei primi decenni del XIX secolo, grazie alla nascita di zone balneari limitrofe, come la famosa frazione di Milano Marittima, e alla presenza di terme. Durante il ventennio fascista rientrò nelle politiche di modernizzazione e ampliamento dei servizi balneari della costa adriatica, fino ad essere dichiarata nel 1927 “stazione di cura, soggiorno e turismo”.

Nell’ottobre del 1944, mentre il fronte di guerra era fermo sulla Linea Gotica, i soldati alleati costruirono nella pineta di Milano Marittima un aeroporto militare. Sulla costa sono ancora visibili bunker tedeschi, costruiti dall’Organizzazione Todt per fronteggiare eventuali sbarchi alleati.

A Milano Marittima presso l’Hotel “Mare e Pineta” gestito da Ettore Sovera, tra il 1943 e il 1944, nei mesi più cupi del passaggio del fronte, trovarono rifugio partigiani, soldati inglesi ed ebrei.

A Cesena nel 1927 l’azienda triestina “Arrigoni”, di proprietà dell’ingegner Giorgio Sanguinetti, di ascendenza ebraica, aveva rilevato il Consorzio Industrie Agrarie (CIA, fondato nel 1920 per conservare e trasformare i prodotti ortofrutticoli), che attraversava una profonda in crisi. Paola Sanguinetti, sorella di Giorgio, aveva sposato l’ingegner Giorgio Merk (direttore generale dello stabilimento di Trieste), che aveva dovuto italianizzare il cognome in Ricordi. In seguito all’occupazione tedesca, Paola Sanguinetti e suo figlio Ferruccio Ricordi (diventato famoso nel dopoguerra col nome d’arte di Teddy Reno) verso l’ottobre 1943 si trasferirono a Cesena, dove il ragazzo frequentò l’ultimo anno del liceo classico “Monti” e dove essi si sentivano protetti dall’importanza dell’industria cesenate nel panorama produttivo cittadino e nazionale.

Quando però nel giugno 1944 i repubblichini giuliani andarono a cercarli  nella loro casa di Trieste, i Sanguinetti-Merk scapparono anche da Cesena e si nascosero a Milano Marittima, sotto falsa identità, nell’hotel “Mare e Pineta” del ligure commendator Sovera, dove, prima della guerra, i Merk-Sanguineti trascorrevano le vacanze.

Costruito nel 1927 dalla Società Milano Marittima (da cui prenderà il nome tutta l’area a nord del canale comunemente chiamata Cervia Pineta), dopo i primi anni di gestione affidata a Carlo Allegri, titolare di uno dei primi alberghi sorti a Milano Marittima, l’hotel fu affidato a Ettore Sovera, abituato a gestire grandi alberghi, come il “Savoia” di San Remo. Sovera, quindi, fu capace di portare a Milano Marittima l’albergo delle vacanze estive della miglior clientela italiana e straniera, puntando sulla qualità e sul bello, con un personale e un servizio altamente qualificati: vi soggiornavano, infatti, i “grandi” dell’epoca, compresi Benito Mussolini, Eleonora Duse e molti altri.

Dopo l’8 settembre Sovera era però diventato una specie di “Primula rossa” dell’Adriatico: il suo albergo era stato requisito dai tedeschi che ne avevano fatto un quartier generale per ufficiali di alto grado e Sovera viveva con loro, li nutriva, organizzava feste, comportandosi, ma solo all’apparenza, come un perfetto anfitrione dei tedeschi; in realtà era in contatto con i dirigenti della Resistenza e con i vari gruppi di partigiani, tanto che l’11 settembre 1943 proprio al «Mare Pineta» si riunì in clandestinità il Comitato federale provinciale del PCI per discutere sull’impostazione della nascente lotta armata. Nel corso di quella riunione Arrigo Boldrini teorizzò la “pianurizzazione” della lotta clandestina, ovvero l’opportunità di portare la guerra partigiana anche in pianura. Una proposta accolta all’inizio con molte riserve ma alla lunga rivelatasi vincente, anche in virtù dell’apporto delle popolazioni contadine.

L’ingegner Merk conosceva la doppia vita del commendator Sovera e quando si trovò in difficoltà per moglie e figlio decise di rivolgersi a lui, secondo il quale «il miglior modo di sfuggire ai fascisti era quello di nascondersi in mezzo ai tedeschi». Era un gran rischio, ma era forse l’unico modo per salvare la pelle, e così la famiglia accettò e andò a vivere all’albergo “Mare e Pineta”, in un ambiente molto chic, tra il continuo via vai di alti ufficiali tedeschi.

Nel settembre del ’44, la famiglia Merk-Sanguinetti dovette lasciare l’albergo e da lì i suoi membri si trasferirono a  Codigoro (FE) fino al passaggio del fronte, dopo di che tornarono in Romagna per tutta l’estate, ma la prima sosta fu al “Mare e Pineta”, dove ritrovarono l’impareggiabile e sempre sorridente Sovera, ora tutto intento a rendere la vita più piacevole possibile ad un comando dell’Ottava armata britannica che aveva “sostituito” quello germanico precipitosamente fuggito pochi giorni prima.

Gli ex prigionieri di guerra

Presso l’albergo “Mare e Pineta” trovò rifugio anche il maresciallo generale della RAF Owen Tudor Boyd, facente parte del gruppo di alti ufficiali britannici liberati dal campo di prigionia di Vincigliata (FI) all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre e approdati sulla riviera adriatica dopo avventurose peregrinazioni per l’Appennino tosco-romagnolo, protetti da una fitta rete di solidarietà negli ambienti antifascisti. Tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1943 Boyd alloggiò addirittura nella stanza attigua a quella dov’era installato il Comando germanico, fatta passare per un magazzino dal coraggioso proprietario dell’hotel.

Il gruppo dei tre generali inglesi provenienti dal campo di Vincigliata era giunto al ponte del fiume Savio la sera del 23 novembre 1943; ad accompagnare il maresciallo dell’aria Ower Tudor Boyd,  il tenente generale Philip Neame e il tenente generale Richard (Dick) O’Connor vi erano tre antifascisti forlivesi, fra i quali Arturo Spazzoli. Dopo i falliti tentativi di imbarco dal porto di Cattolica il gruppo si era infatti spostato fra Cesena, Forlì e Coccolia in attesa del momento favorevole per un nuovo tentativo di fuga via mare. Bruno Vailati, insieme ad esponenti della Resistenza locale, aveva studiato per due settimane la situazione, che appariva particolarmente complessa: l’intera foce del Savio era stata attrezzata con bunker e fortificazioni antisbarco e per chiunque si avvicinasse alle strutture senza autorizzazione era stata comminata la pena di morte. Il gruppo fu riunito in una casa colonica presso il fiume dove vi erano anche Vailati e il dottor. Mario Spallicci di Forlì, attivo nella Resistenza locale. Dopo circa due ore di cammino il gruppo raggiunse il punto individuato per l’imbarco, a nord della foce del Bevano; per tre ore furono effettuate segnalazioni verso il mare aperto, senza ottenere alcuna risposta. L’attesa motonave alleata che - secondo i piani stabiliti con l’A-Force (sezione di controspionaggio britannica incaricata del recupero degli ex prigionieri di guerra inglesi) - avrebbe dovuto portarli in salvo, non si presentò all’appuntamento.

Infreddoliti e scoraggiati per l’ennesimo tentativo andato a vuoto, i tre generali ripartirono all’alba, in bicicletta, per raggiungere Milano Marittima dove furono inizialmente alloggiati presso una casa colonica nelle vicinanze di Pisignano (famiglia Strada) e poi in altre due ville disabitate: quella del fascista ragionier Nova e quella della contessa Graziani di Ferrara. Proprio in quei giorni, tuttavia, la presenza di truppe tedesche a Cervia si era rafforzata e frequenti divennero le incursioni improvvise nelle case. O’Connor e Neame furono allora trasferiti presso “Villa Luisa” in via Volturno, di proprietà dell’infermiera antifascista Ida Paganelli, la quale aveva già nascosto altri ex prigionieri britannici; Boyd, invece, fu alloggiato presso l’hotel “Mare e Pineta”. La vigilanza della villa e gli spostamenti furono garantiti dal dott. Mario Spallicci, da Carlo Saporetti (tipografo, repubblicano, membro del Cln di Cervia), Ferruccio Boselli (operaio comunista, membro del Gap) e Federico Monti (ingegnere, repubblicano). Il cibo era fornito direttamente da Ettore Sovera. All’assistenza dei generali collaborarono anche Giovanni Telesio, ex direttore de «Il Resto del Carlino», la moglie Gabriella Sanders, di nazionalità inglese, e la cugina di Ida Paganelli, Maria Valentina Montanari. Il generale O’Connor, febbricitante e affetto da bronchite, fu visitato e curato dal prof. Aldo Spallicci e dal dott. Tommaso Guerra. 

Il 7 dicembre 1943 i Generali furono raggiunti da Ruggero Cagnazzo, il quale, dopo aver rinunciato ad organizzare un tentativo di fuga dal porto di Pesaro, li convinse a spostarsi a Riccione a bordo di un’auto guidata da Alfredo Lisotti di Pesaro. Dopo un ulteriore tentativo (fallito) di mettersi in contatto con gli Alleati da Cingoli (Fermo), il maresciallo dell’aria Ower Tudor Boyd, il tenente generale Philip Neame e il tenente generale Richard (Dick) O’Connor riuscirono finalmente ad imbarcarsi dal porto di Cattolica il 19 dicembre 1943 e a raggiungere gli Alleati a Termoli.  

A Cervia furono ospitati anche altri ex prigionieri di guerra britannici, fra cui numerosi soldati sudafricani provenienti da Padova e indirizzati all’hotel “Mare e Pineta” dal fratello di Ettore Sovera, Oreste, residente a Padova. Dal campo per prigionieri di guerra di Chiesanuova, Padova (P.G 120) arrivarono sulla costa fra Cervia e Ravenna circa 76 soldati di varie nazionalità, in particolare sudafricani e neozelandesi; un consistente numero fu accompagnato e nascosto a Santa Sofia, nell’appennino forlivese.