Cesena è un comune romagnolo della provincia di Forlì-Cesena. Conta 96 708 abitanti. A metà tra il mare e l'appennino tosco-romagnolo, è attraversata dalla via Emilia e dal fiume Savio.
In periodo medievale oscillò tra il dominio degli Ordelaffi, signori di Forlì e quello pontificio dello Stato della Chiesa. Una grande parte della città fu distrutta dai bretoni nel 1377.

Cesena fiorì con la signoria dei Malatesta, che hanno lasciato due importanti edifici, la biblioteca e la rocca sul colle Garampo, che diventò carcere in periodo fascista.

Dopo il periodo malatestiano, Cesena tornò sotto il dominio pontificio sotto il quale rimase fino all'Unità d'Italia.
Nei primi anni Venti Cesena, come altre zone romagnole caratterizzate da una forte presenza sindacale e comunista, subì le violenze squadriste, e la tradizione repubblicana della città venne meno con l'affermazione del fascismo.

Il passaggio del fronte durante la Seconda guerra mondiale sconvolse l'economia e la quotidianità cesenate; la città fu bombardata dagli alleati per ben ventisei volte, a partire dal maggio 1944.

Attive sul territorio vi erano formazioni partigiane come l'8a Brigata Garibaldi e la 29a brigata GAP, che a partire dal 1944 intensificarono le operazioni di sabotaggio in città e nelle colline circostanti Cesena. Alle azioni partigiane si aggiunsero gli scioperi e le dimostrazioni degli operai della fabbrica Arrigoni, grande stabilimento conserviero cesenate che fu anche fucina di antifascismo.

La città fu liberata il 20 ottobre 1944 grazie ad un'azione congiunta delle truppe canadesi alleate e dei gappisti della 29a brigata.

L'8 settembre 1973 a Cesena fu conferita la Medaglia d'argento al valor militare con la seguente motivazione: “Fedele ad antiche e gloriose tradizioni patriottiche e democratiche, la Città di Cesena sin dall'armistizio dell'8 settembre 1943 fu centro di decisa reazione di lotta contro l'oppressione tedesca e fascista. Esprimendo e sostenendo coraggiosamente agguerrite forze partigiane, la cui organizzazione ebbe inizio con la costituzione della prima base di volontari a Pieve di Rivoschio e nella circostante zona collinare, durante quattordici mesi di duro impegno operativo, i cesenati contribuirono validamente ad imporre un consistente logoramento alle forze nemiche ed a danneggiare mezzi ed apprestamenti.”

Con la promulgazione delle leggi razziali del 1938, anche la comunità ebraica cesenate iniziò ad essere censita e poi esclusa dalla vita e dalle funzioni pubbliche, per giungere poi con l'occupazione tedesca del 1943 alla vera e propria persecuzione e deportazione. Alcune famiglie di ebrei cesenati vennero deportate e morirono ad Auschwitz, come per esempio i Saralvo; altre, come i Lehrer e i Mondolfo, riuscirono a salvarsi la vita grazie all'aiuto di don Odo Contestabile.

Nato a L'Aquila nel 1912 e morto a Roma nel 1995, fu monaco dell'abbazia benedettina di Santa Maria del Monte a Cesena. Da qui riuscì a mettere in salvo in Svizzera due famiglie in due viaggi distinti: una di ebrei stranieri, i Lehrer, e una di ebrei italiani, i Mondolfo. 

La famiglia Lehrer, composta dai genitori, Joseph e Stella, e dalle due figlie, Beatrice di nove anni ed Enrica di sette, era originaria di Bucarest, dove gestiva un grande magazzino. In quanto ebrei stranieri dovevano essere internati in campi appositamente creati al momento dell'entrata in guerra dell'Italia.

Sebbene alcuni elementi lo lascerebbero pensare, dai dati a disposizione non sembra che appartenessero al gruppo di ebrei stranieri che, approfittando del caos seguito all'armistizio, erano riusciti a scappare l'11 settembre 1943 verso Bellaria (RN) dall'internamento di Asolo (TV).

La famiglia fu però senz'altro nascosta dal dottor Achille Franchini, già chirurgo primario dell'ospedale civile di Santarcangelo (RN), tra gli ammalati della casa di cura cesenate del dottor Elio Bisulli.
Con l'aggravarsi delle condizioni esterne, si giunse alla decisione di trovare alla famiglia un posto più sicuro in Svizzera, e don Odo, che era stato operato dal Bisulli e da allora ne era diventato amico, si offrì di accompagnarla fino al confine e di trovare i documenti falsi per l'espatrio. Per fare ciò il padre benedettino si avvalse del sistema più usato dagli ebrei che sfollavano nel tentativo di sottrarsi alla macchina poliziesca: disse che i Lehrer erano suoi parenti abruzzesi sfollati a Cesena in seguito ad un bombardamento in cui avevano perduto tutto, compresi i documenti, dei quali però avevano necessità assoluta per l'acquisto dei viveri razionati, che erano feriti e ricoverati in ospedale, e per questo non potevano recarsi di persona all'anagrafe. Gli impiegati comunali cedettero alle insistenze del monaco e dopo tre giorni consegnarono i nuovi documenti a Giuseppe e Maria Lereri.

La fuga, così come la racconta lo stesso monaco, fu pericolosa e scandita da contatti segreti, da guide pagate profumatamente e dall'incertezza sull'esito. Don Odo si avvalse dell'aiuto del professor Nicolini, orafo milanese, che aveva svolto dei lavori per il convento cesenate. Questi si trovava in quegli anni a Cuveglio (VA), a pochi chilometri dal confine di Ponte Tresa, dove era sfollato con la famiglia. Da lì con l'aiuto del parroco locale, don Ulderico, andarono a Mesenzana e poi a Cunardo, dove un contrabbandiere del luogo li accompagnò per un compenso superiore al pattuito, oltre il confine. Quando toccò ai Mondolfo (sicuramente prima del 21 dicembre 1943, quando gli incaricati del comune di Cesena non trovarono in casa i coniugi per l'arresto e il sequestro dei beni), don Odo sapeva già come comportarsi, ma su questo viaggio il suo dattiloscritto risulta del tutto privo di notizie, se non quella che «tutto si svolse come la volta precedente».