Ripercorrere gli ultimi secoli di storia delle comunità ebraiche d'Italia significa anche tracciarne i frequenti spostamenti.
Nella prima metà del XVII secolo lo Stato Pontificio, così come altri Stati dell'Italia preunitaria, emanò una serie di editti anti-ebraici fino a determinare l'espulsione degli ebrei e il loro confinamento nei ghetti di poche città. Gli ebrei romagnoli si concentrarono a Lugo, Cento, Ferrara. Solo con l'Unità d'Italia e la conseguente acquisizione dei pieni diritti civili gli ebrei furono liberi di spostarsi e di ridare vita a numerose comunità. Se i primi anni di regime fascista in Italia non intaccarono questa libertà, le leggi razziali emanate dal Regime nel 1938 determinarono un totale annullamento dei diritti civili e politici degli ebrei.

Le discriminazioni e le limitazioni si trasformarono in vere e proprie persecuzioni e deportazioni verso i campi di concentramento e sterminio con l'occupazione tedesca del 1943.

Il 30 novembre 1943, con una circolare del ministro dell’Interno della RSI Buffarini Guidi, furono istituiti in ogni provincia campi di concentramento per rinchiudere gli ebrei locali in attesa della costruzione del campo di concentramento di Fossoli. Da Fossoli gli ebrei sarebbero stati poi mandati, in treno, al campo di concentramento e sterminio di Auschwitz.

Accanto ai molti che collaborarono o rimasero in silenzio di fronte alle violenze vi fu chi, con grandi rischi personali e in forma completamente disinteressata, si prodigò per aiutare a fuggire o nascondersi molte famiglie di ebrei.

Spesso questi soccorritori sono rimasti anonimi, perché agirono senza nessuna ricerca di compensi o riconoscimenti, ma solo in nome di una solidarietà istintiva, nella consapevolezza spontanea della comune appartenenza ad un'unica "razza", quella umana.
I luoghi e le storie di solidarietà qui proposti, per la maggior parte relativi alla Romagna, sono solo una piccola parte dei numerosi episodi verificatesi durante i difficili mesi di occupazione.