Gabicce Mare

Gabicce Mare

Gabicce Mare è un comune della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche. Si trova sul litorale adriatico al confine con l’Emilia-Romagna e conta 5 759 abitanti.

Gabicce, in epoca romana e quindi prima di diventare un porto, aveva il fulcro del suo centro abitativo nel promontorio sovrastante la costa. In periodo medievale fu dominio del Duca di Urbino fino al 1631, quando passò sotto il controllo dello Stato pontificio. Gabicce era famosa in epoca moderna per la produzione di vasi di ceramica e oro.

Lo sviluppo urbanistico ed economico legato alla prossimità con il mare aumentò dopo il primo conflitto mondiale. Il turismo e l’attività peschereccia spostarono il centro di Gabicce dal promontorio a valle.

Negli anni del “boom economico” Gabicce si è affermata come meta turistica balneare.

Quando nel settembre 1943 seppe che alcuni parenti bolzanini erano stati caricati su dei camion e deportati in Germania, la famiglia Finzi decise di fuggire da Ferrara e, diretta a Sud, prese un treno che si fermò a Ravenna, dove, in cerca di un alloggio, si recò in casa del signor Muratori, conosciuto solo poco tempo prima, che abitava proprio vicino alla stazione. Muratori era una persona molto disponibile, li ospitò e diede loro da mangiare per diversi giorni, sebbene fossero in dieci, sei dei quali bambini. La famiglia Muratori non solo non denunciò i Finzi (quando farlo gli avrebbe fruttato la taglia che per ogni ebreo era di 5000 lire se adulto, 4000 lire se era donna e 3000 lire se era bambino – senza dire che chi aiutava un ebreo correva il rischio di ricevere lo stesso trattamento), ma fornì loro un aiuto costante e fondamentale, continuando per un anno a fare da tramite per soldi e cibo con dei parenti cattolici di Mantova. Successivamente la famiglia Finzi si spostò a Fano e da lì a Gabicce Mare dove si stabilì in una pensione. Nel paesino tutti erano a conoscenza che erano ebrei ma anche qui nessuno li denunciò mai, nonostante nei documenti fosse evidenziata la loro appartenenza ebraica. A Gabicce un aiuto insperato risolse anche questo problema; infatti un anonimo funzionario del comune - forse lo stesso segretario comunale - preparò per loro gratuitamente tessere annonarie e documenti d’identità con nomi falsi.

La famiglia Finzi quindi andò via da Gabicce perché lì tutti conoscevano i loro veri nomi. Prima di partire si recarono da un sarto, Mongardi, chiedendo con il nuovo nome di Franzi la restituzione di una stoffa consegnata tempo prima per dei cappotti col nome vero di Finzi; l’equivoco costrinse lo zio a rivelare la loro vera identità, esponendo sia i Finzi che i Rimini al rischio di una denuncia. Al nome Rimini il sarto si illuminò: venne infatti alla luce che il padre del sarto aveva comprato delle stoffe da un tal Leone Rimini, mercante di Mantova, ma non avendo soldi, non le aveva mai pagate e questi aveva rinunciato generosamente ai soldi. Per tutta la vita il padre aveva raccontato della generosità di Leone al figlio. Per ripagare il debito che suo padre non aveva saldato preparò i cappotti, trovò un appartamento e li accompagnò a Mondaino sulle colline romagnole, dove vissero con le loro nuove identità per circa un anno.

A Mondaino Cesare ricominciò a studiare, superando nel giugno 1944 l’esame di quarta magistrale nella scuola delle suore di S. Giovanni in Marignano. Con l’avvicinarsi del fronte per ripararsi dai bombardamenti fuggirono da Mondaino verso la fine di luglio 1944 e si recarono a Montefiore Conca, dove si ritrovarono nella terra di nessuno tra alleati angloamericani e nemici tedeschi. Durante i drammatici giorni del passaggio del fronte suo fratello rimase ferito dalla prima granata esplosa, ma riuscì a trovare cure in un ospedale da campo alleato il 9 settembre.

La loro vita da quel giorno lentamente ripartiva, anche se a Ferrara, dove essi tornarono alla fine della guerra, dei circa 700 ebrei presenti nel 1938, più di 100 furono deportati nei campi di sterminio e di questi solo pochi fecero ritorno.