La Linea Gotica

Con l’armistizio proclamato dal Generale Badoglio l’8 settembre 1943 si stravolse la situazione politica e sociale di tutta la penisola italiana. Sorse la Repubblica Sociale Italiana, il nuovo Stato fascista controllato militarmente dai tedeschi - che divennero occupanti - e le truppe alleate angloamericane iniziarono una risalita lungo la penisola che si interruppe nell’estate del 1944 lungo la Linea Gotica o “Linea Verde”, che seguiva il profilo dell’Appennino per oltre 300 km, da Massa sul litorale ligure fino a Pesaro sul litorale adriatico.

La linea difensiva fortificata venne istituita ad agosto 1944 per ordine del Feldmaresciallo Kesselring, comandante delle truppe tedesche, per contrastare l’avanzata alleata guidata dai generali americano Clark e inglese Leese. La costruzione venne ideata già a partire da novembre del 1943, prima ancora che venisse sfondata la Linea Gustav; quando ai primi di giugno del 1944 gli alleati liberarono Roma, la Linea Gotica non era stata ancora completata a causa di alcuni errori tecnici nella costruzione e di numerosi sabotaggi partigiani.

La Linea Gotica fu costruita seguendo le conformità naturale del territorio e sfruttando elementi difensivi naturali come alture, fiumi o paludi. L’organizzazione Todt, deputata alla costruzione, utilizzò ingente manodopera operaia italiana.

Il primo tentativo alleato di sfondamento della Gotica ebbe inizio il 25 agosto 1944 con l’Operazione “Olive” che prevedeva la conquista della pianura Padana entro la fine dell’anno 1944. Anche a causa del maltempo, che allagò la pianura e rese quasi impossibile il passaggio dei mezzi pesanti alleati, l’Operazione terminò a novembre, e la linea del fronte rimase immobile lungo il fiume Senio fino alla primavera del 1945.

Il 13 novembre 1944 il feldmaresciallo inglese Alexander trasmise via radio un proclama rivolto alle forze resistenziali nel nord Italia in cui richiedeva la cessazione delle operazioni su vasta scala, comunicando anche la sospensione delle operazioni alleate per l’inverno 1944-1945.

Gli alleati riuscirono, prima dell’interruzione dell’avanzata, a liberare Cesena (20 ottobre), Forlì (9 novembre) e Ravenna (4 dicembre).

La quotidianità sconvolta

Il passaggio del fronte durante l’anno 1944 e la sospensione dell’avanzata alleata nell’inverno tra il 1944 e 1945 resero il regime d’occupazione ancora più gravoso. La popolazione dell’appennino tosco-romagnolo che viveva lungo la linea Gotica era minacciata dalle continue violenze nazi-fasciste, dalle rappresaglie per le azioni partigiane e dai bombardamenti alleati, che si intensificarono nella primavera del 1944 e danneggiarono o distrussero numerose abitazioni aumentando costantemente il numero degli sfollati. Gli allarmi aerei scandivano il ritmo di una vita quotidiana che si trasferiva spesso nei rifugi sotterranei.

Le leggi di guerra tedesche e fasciste tentarono di regolare ogni aspetto della vita quotidiana della popolazione civile; i continui decreti emanati facevano riferimento al lavoro, alla regolamentazione delle derrate alimentari, alle restrizioni delle libertà personali e, soprattutto, al servizio militare obbligatorio. La guerra fu totale non solo in senso militare ma anche civile: si insinuò in tutti gli spazi morali, ideologici e quotidiani della popolazione.

Gli approvvigionamenti alimentari e di materie prime furono il problema principale durante tutto il conflitto. Già dai primi anni di guerra vi furono brusche riduzioni delle importazioni e di produzione dei beni di largo consumo. Nel gennaio del 1940 fu introdotta la carta annonaria, unico strumento – insieme al mercato nero – attraverso cui procurarsi beni alimentari. Il razionamento investì progressivamente diverse categorie di generi alimentari, come mostrano numerosi manifesti degli Uffici di Razionamento dei Comuni.

Nella grave situazione di penuria alimentare furono soprattutto le donne ad occuparsi di soddisfare i bisogni quotidiani e ad essere il pilastro di una vita familiare caratterizzata dalla frequente assenza degli uomini, lontani o nascosti per timore dei rastrellamenti.
Le donne furono indispensabili per la Resistenza, in alcuni casi per la partecipazione diretta alle azioni partigiane, ma più frequentemente per la funzione di collegamento tra le organizzazioni partigiane, per la trasmissione di informazioni e per i rifornimenti, attività che esponevano le donne a violenze fisiche e psicologiche drammatiche da parte dei soldati nazi-fascisti.
Le donne parteciparono attivamente al movimento resistenziale anche attraverso le mobilitazioni politiche; furono protagoniste di manifestazioni e scioperi durante tutto il 1944, non soltanto le donne operaie – entrate massicciamente negli stabilimenti durante la guerra, per sostituire la manodopera maschile – ma anche contadine, artigiane, casalinghe. Emblematica fu la protesta del 24 marzo 1944 organizzata a Forlì in seguito alla fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva: vennero mobilitate centinaia di donne provenienti da tutte le fabbriche forlivesi.

Gli “appelli ai lavoratori italiani” nei quali si invitavano gli uomini ad arruolarsi volontariamente come dipendenti per la difesa nazionale della produzione si trasformarono nel dicembre del 1943 in reclutamento obbligatorio mediante cartolina di precettazione. Furono organizzate dai tedeschi anche emigrazioni di lavoratori italiani verso le campagne e le officine del Reich.

Nella provincia di Forlì-Cesena vi furono nel 1944 scioperi operai e battaglie contro la requisizione del grano da parte dei nazisti: furono momenti di sollevazione antifascista che erano indice di profondo disagio economico e sociale. I salari minimi, le condizioni di lavoro nelle fabbriche, la difficoltà nel reperire beni di prima necessità rendevano la vita quotidiana un continuo sforzo per la sopravvivenza.

Il primo bando emesso dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana fu quello di reclutamento dei giovani di leva nell’ottobre del 1943: obiettivo prioritario della neonata Repubblica di Salò era infatti quello di ricostituire il dissolto esercito italiano per combattere a fianco dei tedeschi.

Gli appelli per il reclutamento ebbero luogo anche nei campi di internamento per giovani renitenti alla leva: spesso le condizioni di vita venivano rese ulteriormente difficili per spingere i giovani tra le fila della RSI. Quasi il 90% dei giovani rifiutò: fu la cosiddetta “resistenza senz’armi”.

Il 18 febbraio 1944 un secondo bando, che prese il nome del Ministro della Difesa Nazionale Graziani, chiamava alle armi le classi 1922,1923,1924. Veniva introdotta la pena di morte per tutti i renitenti.

Centinaia furono i giovani che non si presentarono alla chiamata e si diedero alla macchia, si nascosero o andarono ad ingrossare le fila dei partigiani.

Le prime formazioni partigiane nacquero subito dopo l’8 settembre del 1943.

La presenza capillare delle truppe di occupazione provocò un’ampia risposta popolare di disobbedienza o aperta ribellione.
Le formazioni più attive nell’Appennino tosco-romagnolo o nei centri maggiori della Romagna furono l’8a Brigata Garibaldi, la 29a Brigata Gap “Gastone Sozzi”, la banda Corbari e la 28a Brigata GAP “Mario Gordini” nel ravennate.

L’8a Brigata Garibaldi “Romagna”, originariamente “Brigata Garibaldi Romagnola” operò nelle foreste casentinesi e sui territori montani delle provincie di Forlì, Pesaro, Arezzo e Firenze. Si costituì ufficialmente nel dicembre del 1943 sotto il comando di Riccardo Fedel, che diede vita nel febbraio del 1944 al “dipartimento del Corniolo”. L’8a aiutò numerosi generali inglesi, ex prigionieri scappati dalle prigioni o dai campi di concentramento dopo l’8 settembre, a raggiungere le truppe alleate, e si disgregò completamente per effetto dei rastrellamenti tedeschi dell’aprile 1944; i rastrellamenti di aprile furono una massiccia azione antipartigiana per cui vennero impiegati più di 5 000 soldati tedeschi. L’8a Brigata si ricostituì in maggio, dividendosi in quattro battaglioni che operavano in due zone definite. Rimase attiva fino alla liberazione di Forlì.

Alla lotta partigiana “in montagna” si aggiungevano le azioni di sabotaggio in pianura dei Gruppi di Azione Patriottica. Nel territorio cesenate, forlivese e riminese si costituì nell’estate del 1943 la 29a Brigata, organizzata in piccoli distaccamenti che colpivano sedi di comandi nemici, centrali elettriche, vie di comunicazione al fine di “disturbare” le azioni di tedeschi e fascisti.

A fianco dei GAP operavano i SAP, Squadre di Azione Patriottica, che impedivano le requisizioni di prodotti agricoli e bestiame da parte dei tedeschi anche con azioni militari.

La lotta partigiana in Romagna fu resa possibile grazie al supporto della popolazione locale; nonostante le violente rappresaglie e le continue minacce dei nazi-fascisti verso chi aiutava i “banditi”, la garanzia di un rifugio – fosse stato un fienile, un pozzo o una casa contadina -, il sostegno e la condivisione di risorse materiali garantirono la sopravvivenza dei gruppi partigiani, in montagna come in città.