Nell’autunno del 1943, all’annuncio dell’armistizio di Cassibile, si trovavano nei campi di prigionia italiani circa 80.000 militari alleati, catturati nei primi tre anni di conflitto, in special modo durante la Campagna d’Africa. Nella settantina di campi per prigionieri di guerra distribuiti lungo la Penisola erano detenuti soldati inglesi (circa 50.000), sudafricani (oltre 14.000), indiani (5.199), neozelandesi (3.788), americani (742), francesi (circa 1.900) e australiani. In appositi campi si trovavano, infine, circa 5.700 militari dell’esercito jugoslavo (in gran parte classificati come serbi) e soldati greci (1600 circa).

All’indomani dell’armistizio con gli Alleati e dell’invasione dell’Italia centro-settentrionale da parte della Wehrmacht, alcune migliaia di questi prigionieri (circa 50.000) riuscirono a “varcare il recinto” dei campi in cui erano detenuti, spesso abbandonati frettolosamente dai comandanti e dai soldati italiani in servizio di vigilanza, prima dell'arrivo dei tedeschi.

Se in tanti finirono nelle mani dei tedeschi e furono trasferiti dai campi italiani direttamente nei campi del Terzo Reich, un numero sorprendentemente alto di ex prigionieri fu accolto nelle proprie case da civili italiani, per lo più famiglie di contadini, trovando infine la salvezza.

A quelli che erano stati fino al giorno prima “nemici” e che ora, ricercati dai tedeschi, bussavano alle loro porte con ancora indosso uniformi ben riconoscibili, furono offerti alloggio, cibo, vestiario, informazioni per raggiungere luoghi sicuri, cure mediche.

Antifascisti storici, uomini e donne della Resistenza, uomini di chiesa e tantissime persone di ogni estrazione sociale si adoperarono, a rischio della vita, per proteggere gli ex prigionieri di guerra e aiutarli a ricongiungersi con gli Alleati, nell’Italia del Sud.

In un contesto di guerra, di fame, di precarietà, paura e di crescente minaccia da parte dei nazifascisti sulla popolazione, fu comunque possibile costituire una inaspettata e sorprendente rete di solidarietà che permise il salvataggio di tante vite.

Una “alleanza inattesa” - come la definì lo storico inglese Roger Absalom - che si stabilì fra gli evasi dai campi di prigionia e i civili italiani, divenuti indispensabili guide e, appunto, inediti alleati. Per la maggioranza di questi ex prigionieri di guerra l’aiuto arrivò spontaneamente, senza che vi fosse dietro un’organizzazione strutturata, e le più disponibili a prestare aiuto furono le famiglie dei contadini, in particolar modo in Emilia-Romagna e nelle Marche.

 

Un salvataggio eccezionale - questa volta supportato da elementi di spicco della Resistenza e dell’antifascismo e in collaborazione con le centrali di controspionaggio alleate - si verificò fra le montagne della Romagna Toscana e la costa romagnolo-marchigiana dove una fitta e sorprendente “trafila” permise ad un gruppo di altissimi ufficiali britannici provenienti dal campo di Vincigliata (Firenze) di passare la linea del fronte e ricongiungersi agli Alleati. Facevano parte di questo gruppo di ufficiali britannici il tenente generale Philip Neame, comandante in capo e governatore della Cirenaica; il tenente generale Richard (Dick) O’Connor; il maresciallo dell’aria Ower Tudor Boyd; i generali di brigata J. Combe, D.A. Stirling, E.W.D. Vaugham e E. Joseph Todhunter; il maggiore generale Gambier Parry; il tenente Thomas Daniel Sixth, conte di Ranfurly, aiutante di campo del generale O’Connor.

Rifugiatisi inizialmente presso il Monastero di Camaldoli, in provincia di Arezzo, il gruppo di alti ufficiali, insieme ad altri ex prigionieri di guerra, fu ospitato in piccole e quasi inaccessibili località dell’Alta Valle del Bidente (fra le quali Seghettina) e nei territori di Santa Sofia e Bagno di Romagna, in provincia di Forlì-Cesena.

Nell’Alta Valle del Bidente e nel territorio di Santa Sofia questo lungo “corridoio umanitario” coinvolse circa 300 persone e consentì di ospitare e salvare almeno 200 soldati alleati, insieme ad altri soldati sbandati, renitenti di leva e partigiani.

Dalle montagne della Romagna Toscana il gruppo di alti ufficiali fu accompagnato da elementi della Resistenza sulla costa romagnola e dopo lunghe peripezie e pericoli i Generali riuscirono finalmente ad imbarcarsi a Cattolica e raggiungere Termoli il 20 dicembre 1943. Un secondo gruppo di alti ufficiali britannici partì da Spinello (Santa Sofia) il 13 marzo 1944 e, passando per le montagne del riminese e del pesarese, si imbarcò a Torre di Palme (Fermo) il 9 maggio 1944, giungendo poi ad Ortona. Fra i tanti protagonisti della “trafila romagnola” ricordiamo Arturo e Antonio Spazzoli, Giorgio Bazzocchi, Bruno Vailati, Torquato Nanni, Padre Leone Checcacci, Ruggero Cagnazzo, Pietro Spada, Giusto Tolloy, Ezio Galluzzi, Alfredo Lisotti, Mario Spallicci, Carlo Saporetti, Ferruccio Boselli, Ida Paganelli e Tina Gori.

Con il rafforzarsi della presenza militare tedesca e delle milizie fasciste sul territorio la caccia agli ex prigionieri si intensificò, così come i provvedimenti nei confronti dei civili italiani che prestavano loro aiuto: questi ultimi furono dapprima colpiti da bandi tedeschi che minacciavano la deportazione in Germania e poi da un decreto del governo di Salò che istituiva la condanna a morte per chi nascondeva ed aiutava ex prigionieri di guerra. Particolarmente insidiosa fu, inoltre, l’offerta delle autorità militari tedesche di una taglia di 1.800 lire per ogni militare straniero di cui si fosse favorita la cattura.

Alcune delle persone coinvolte nella “trafila” romagnola pagarono pesantemente il contributo offerto per la libertà degli ex prigionieri alleati subendo l’arresto, gli interrogatori, le intimidazioni nei confronti dei familiari, i saccheggi delle abitazioni, le torture, e arrivando, in alcuni casi, anche alla morte.