Le stragi

Per un’analisi dettagliata è da indicare l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.

Le stragi compiute sull’Appennino tosco-romagnolo tra la primavera e l’autunno del 1944, per quanto diversificate tra loro, si inseriscono nel medesimo contesto di costante violenza dei soldati nazisti e fascisti nei confronti della popolazione civile. La guerra ai civili fu una strategia attuata principalmente per scongiurare e contrastare la diffusione del sostegno popolare ai partigiani. Il clima di terrore in cui erano immersi i civili, minacciati da rappresaglie, arresti, torture e deportazioni fu uno strumento utilizzato su tutto il territorio nazionale durante i mesi di occupazione tedesca; fu particolarmente intenso nei territori limitrofi alla Linea Gotica e si materializzò in numerose stragi ed eccidi, perpetrati tanto da reparti interamente tedeschi (Wehrmacht e Reichsfuhrer-SS) quanto da gruppi militari e di polizia italiani, che spesso avviarono autonomamente azioni di rastrellamento e rappresaglia.

I rastrellamenti contro i partigiani nell’Appennino divennero sistematici a partire dal mese di aprile del 1944 per evitare sabotaggi e interferenze nei lavori di rafforzamento della Linea Gotica.

Gli scontri più cruenti tra truppe tedesche e partigiani avvennero a Calanco (Fragheto) e a Biserno (Santa Sofia) il 7 e 12 aprile.

Una serie di intensi rastrellamenti vi furono anche nel mese di agosto nelle zone comprese tra la Valle del Savio, del Borello e del Bidente (Pieve di Rivoschio, Civitella di Romagna).
Nel contesto del terrore fascista si inserisce una serie di stragi perpetrati nel mese di luglio 1944 nella zona montana dei Comuni di Verghereto e Casteldelci.

Nella regione Emilia-Romagna si sono verificati 992 episodi di violenza con 4752 vittime.

Nella provincia di Forlì, tra il settembre 1943 e il novembre 1944, si sono registrate complessivamente le seguenti violenze:

  • 29 stragi con 367 vittime
  • 32 eccidi con 88 vittime
  • 118 uccisioni individuali per un totale di 573 vittime

Elenchiamo alcuni tra gli episodi di violenza sulla Linea Gotica più approfonditi dalla storiografia:

Fragheto

Fragheto è una delle frazioni di Casteldelci, in provincia di Rimini. Si trova nell’Appennino tra Marche e Romagna. Negli anni ’40 il villaggio era molto isolato e difficilmente raggiungibile, e per questo meta agognata per renitenti e sfollati.

Il 6 aprile 1944 un gruppo di partigiani dell’8a Brigata Garibaldi guidati da Alberto Bardi detto “Falco”, per evitare i rastrellamenti nazi-fascisti nella zona di Casteldelci, si recò a Calanco presso Fragheto. La mattina del 7 aprile furono informati dalle staffette della presenza di una colonna di tedeschi che si stava avvicinando a Fragheto. I partigiani decisero allora di attaccare la colonna. Lo scontro durò per qualche ora e fu interrotto per mancanza di munizioni da parte dei partigiani, che si ritirarono.
La rappresaglia nazi-fascista fu feroce; dei 75 civili abitanti di Fragheto, 30 vennero uccisi, insieme a 15 partigiani catturati nei giorni precedenti e nel successivo spostamento verso Casteldelci.

Tavolicci

Tavolicci è una piccola frazione montana del Comune di Verghereto. Nel 1944 contava 83 abitanti, in prevalenza contadini. La strage di Tavolicci fu attuata dal IV battaglione italo-tedesco. Tavolicci, immersa nel conflitto a livello geografico ma in qualche modo estranea ad esso, era un microcosmo contadino pacifico lontano dagli odi ideologici; gli abitanti innocenti di Tavolicci divennero uno strumento dei tedeschi: la strage fu perpetrata per intimorire il movimento partigiano.

Poco prima dell’alba, il 22 luglio 1944, un’ottantina di soldati fascisti e tedeschi circondarono ed entrarono nel piccolo borgo di Tavolicci. Dopo aver circondato la cittadina con mitragliatrici, i soldati penetrarono nelle abitazioni costringendo le famiglie a radunarsi nella piazzetta del paese. I dieci capifamiglia furono legati ed assistettero al massacro di anziani, donne e bambini. Costretti ad entrare nella casa centrale del paese, in cui vivevano numerose famiglie, gli abitanti di Tavolicci furono massacrati a colpi di mitraglia. La casa venne data alle fiamme; gli uomini arrestati furono portati a qualche chilometro di distanza, a Campo del Fabbro, e fucilati. Durante il tragitto i militi delle SS italiane incendiarono un’altra abitazione uccidendo la famiglia che vi si trovava.

Le vittime dell’eccidio furono complessivamente 64, di cui 20 uomini, 25 donne e 19 bambini di età inferiore ai 10 anni.
Riuscirono a salvarsi durante l’eccidio quattro donne di Tavolicci.

Il Carnaio

Per rappresaglia dopo l’uccisione da parte dei partigiani di tre militari tedeschi, il 25 luglio 1944, a tre giorni di distanza dall’eccidio di Tavolicci, vennero fucilate 27 persone sul passo del Carnaio, presso San Piero in Bagno.

I rastrellamenti iniziarono la mattina del 25 luglio e si protrassero lungo tutto l’arco della giornata. Circa una ventina di abitazioni furono date alle fiamme. In cima al Carnaio furono trattenute sessantadue persone, prevalentemente donne e bambini, in attesa di trovare un numero sufficiente di uomini da giustiziare. Sei uomini furono fucilati verso sera, mentre furono liberati le donne e i bambini. La sera giunsero altri 21 uomini catturati tra San Piero e Bagno di Romagna. Anche loro furono fucilati sul Carnaio. Non venne risparmiato neanche il parroco, don Ilario, che cercò invano di protestare contro le sorti dei prigionieri.